ISTITUTO TECNICO STATALE ECONOMICO RAFFAELEPIRIA
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Incontro con Federica Legato autrice de ”L’Urlo originario”

Si è svolto oggi, presso l’Aula Magna dell’I.T.E. “R. Piria” di Reggio Calabria, l’incontro partecipato di una rappresentanza degli studenti con Federica Legato, autrice del libro “L’urlo originario”. Nel corso dell’iniziativa, gli alunni si sono abilmente cimentati nella lettura di brani e nella proposizione di quesiti personali.

Il coraggio della libertà nell’opera di Federica Legato

Che cosa accomuna “L’urlo” di Munch e l’opera giovanile di Federica Legato? Quale fiume carsico li alimenta? Che cosa rende possibile il migrare vagabondo di parole, silenzi, suoni, che vicendevolmente si dividono e si confondono?
Sulla copertina de “L’urlo originario “campeggia l’opera, forse, più famosa del pittore norvegese, un’esplosione di dolore, che diviene angoscia devastante e trafigge l’uomo e la natura, propagandosi in un’onda anomala, avvolgente e delirante di forme e colori. L’esperienza del dolore è tutto questo, è essenza della vita di ogni uomo ed in tale universalità esige compartecipazione e condivisione, ma, come la vita, spesso produce solitudini ed incomprensioni.
“L’urlo originario” è il racconto in prosa e versi, in una modalità solo apparentemente frammentaria, di un dolore indagato fino nei meandri più nascosti di un’anima, fino a dire ciò che le parole non sanno dire, fino a far parlare i silenzi, fino ad affidarsi alla pagina bianca, perché il dolore è ascolto, autenticità, sacralità.
Eppure, il dolore, confinato ai margini delle società opulente d’ogni età, non ha cittadinanza nel nostro anonimo comunicare, non ha spazio nel nostro incomprensibile accumulo di cose, non ha pensieri nelle nostre frettolose giornate. Elena Bono ne “La moglie del Procuratore” fa dire a Claudia Procula, vedova di Ponzio Pilato, “Questa parola soffrire…. non si pronunciava da nessuno in società… Solo i filosofi ne parlavano largamente… Tutti nascondiamo il dolore, per questo siamo ignoti gli uni agli altri”.
L’attraversamento del dolore è quanto c’è di più comune e, al tempo stesso, quanto meno abitualmente possa trovare dimora nelle nostre società. Così sembra riflettere l’autrice, che denuncia la mistificante ipocrisia del nostro mondo, necessitato da convenzioni, inganni ed autoinganni a cui per paura, solitudine, debolezza, spesso ci adattiamo in un equilibrio molto precario. “L’anima non può vivere prigioniera di un quotidiano ammaestrato dai doveri o impaurito dalla necessità. Ed è proprio nel punto in cui ha fine ogni compromesso, che si sceglie di volere… e, almeno, per una volta, si è pronti a rischiare se stessi”, a passare dalla percezione di sé come “lamento contrario al caldo vento della normalità”, fino alla consapevolezza del fatto che “gli altri…non vedono che la materialità del tuo essere e venerano compiacenti tutto ciò che non sei, tutto ciò che non vuoi”.
L’irruzione del dolore nella vita dei singoli è, dunque, un’esperienza vissuta in solitudine, apre uno squarcio nelle coscienze, innalza muri di silenzio e abbandono, rimette in discussione il nostro “io” ed il nostro “noi”, sconvolge la nostra saggezza, incoraggia scelte ribelli, a volte, ancora, sceglie l’ostinato rifiuto del recupero della “salute”, perché “non esiste cura che possa sanare le ferite di chi non vuole guarire”… e affronta il rischio della libertà, “Comprendo l’infinito valore della libertà, che, nascostamente, rende libero, il cuore dentro il quale riposa”. Al centro dell’opera è la rappresentazione dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove la cura del dolore, un obbligo per il personale della struttura, diviene la metafora del fallimento in cui spesso incorrono la società e la scienza, quando tentano di ricomporre, senza comprendere, le ferite dell’anima, le paure.

Noi “Imitiamo il mondo perché è più grande di noi, nascondiamo, copiosamente, il nostro spirito per essere catalogati e contenti, e intanto, ci lasciamo alle spalle la polvere anonima di un’anonima vitaPerché, anche se Dio ci ha creato come aquile, noi non sappiamo volare, perché la paura è la nostra ferita più profonda”.
La scelta di rinunciare alla “cura” muta la geografia dell’anima intorno a cui ruota l’opera; da quel momento in poi, l’en plein air è lo sfondo colorato e luminoso su cui la protagonista si proietta con tutto il carico del suo dolore, celebrando la libertà di rifiutare la formalità della maschera sociale, per rielaborare la propria più autentica identità intorno al proprio io disperso ed al proprio soffrire. Martin Heidegger ne “Il linguaggio”, del dolore dice così: “Il dolore, sì, spezza, divide, però in modo che anche insieme tutto attira a sé, raccoglie in sé”, come suggerisce l’etimologia del termine greco “algos” = dolore, derivante dal verbo “lego” = raccolgo. L’anima, dal dolore sottratta alla dispersione, fa esperienza di quell’“infinito”, che sempre ci turba e ci sconvolge, ma in quell’infinito riscopre la libertà di volere e di essere.
Una prosa che diventa lirica quella dell’autrice, con un periodare breve ed intenso, quasi epigrammatico, un lessico essenziale e ricco allo stesso tempo, perché ogni parola illumina una realtà, insegue un pensiero, veicola immagini, colori, profumi, scolpisce ed evoca. Nulla è mai affidato al caso, nulla è superfluo. La riflessione è ricca prima ancora del linguaggio, che la accompagna, la asseconda duttilmente e la drammatizza con l’uso sapiente di un’aggettivazione ardita. L’impressione che ne trae il lettore è quella di un canto che nel susseguirsi delle pagine diventa sempre più rarefatto; le parole si trasformano in suoni, i suoni in colore, il colore in luce che chiede accesso alla profondità del cuore per lenire, con l’armonia, la pena.

Mariantonella Sciarrone

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